2019, ANNO DEL “SINGULAR THEY”: CONSEGUENZE, POSSIBILITA’, CRITICITA’

Il dizionario Merriam-Webster, noto vocabolario statunitense, ha eletto il pronome “they” declinato al singolare come parola dell’anno 2019, diffondendo statistiche che testimoniano una crescita del 313% delle ricerche online ad essa relative. Allo stesso modo, il “singular they” era già stato inserito nelle linee guida del Washington Post nel 2015 e approvato dall’American Dialect Society nel 2016; nello stesso anno, l’Università di Oxford ha proposto l’utilizzo del pronome alternativo “ze” come alternativa ai pronomi binari. Si tratta pertanto solo dell’ultimo atto di un riconoscimento che, nel corso degli ultimissimi anni, ha preso atto di un movimento socio-culturale che mai come nel 2019 si è riverberato nella crescente visibilità delle identità non binarie.

L’utilizzo del “singular they” è sempre più diffuso, nei paesi anglofoni, in riferimento a persone che non si identificano perfettamente con uno dei due poli del binario di genere maschio-femmina, o non lo riconoscono come valido, rivendicando l’idea di genere come spettro e collocandosi in un qualsiasi (o in nessun) punto dello stesso. L’uso del “they” come singolare non è peraltro nulla di nuovo nella lingua inglese: già nel 14esimo secolo se ne ritrova l’utilizzo consueto, così come in versi della tragedia Shakesperiana. Allo stesso modo, d’altro canto, era consuetudine l’utilizzo del “Voi” nel linguaggio antico inglese e italiano.

Anche l’American Psychological Association, in una nota datata novembre 2019, comunica le linee guida relative all’utilizzo del “singular they” per quanto riguarda la pubblicazione e la diffusione scientifica di materiale psicologico:

  • Utilizzare sempre il pronome con cui la persona si identifica, compreso il “they” utilizzato al singolare;
  • Utilizzare “they” come pronome singolare per una terza persona generica quando è necessario fare riferimento a una persona il cui genere non è noto, oppure è irrilevante rispetto al contesto di utilizzo;
  • Non utilizzare unicamente “he” (“lui”) o “she” (“lei”) come pronomi di terza persona generici, ma utilizzare combinazioni di forme come “he or she” (“lui o lei”) e “she or he” (lei o lui), e soltanto se si è consapevoli che tali pronomi corrispondono al sentire di coloro cui ci si rivolge;
  • Se non si conosce il genere della persona cui si fa riferimento, riformulare la frase in modo da non utilizzare pronomi, oppure utilizzare il pronome neutro singolare “they”. Viceversa, se il pronome è noto e corrisponde al “singular they”, la frase non va riformulata, bensì va utilizzato il pronome scelto dalla persona;

L’utilizzo del “they” singolare era già stato dibattuto e consigliato da APA nel 2015, ma è soltanto con questa nota che per la prima volta se ne annuncia l’introduzione nella Settima Edizione del “Publication Manual of the American Psychological Association”, in pubblicazione nel 2020. L’utilizzo diviene quindi mandatorio.

Questo crescente riconoscimento, linguistico e scientifico, è la logica e benvenuta conseguenza della grande visibilità che le identità non binarie hanno ottenuto nell’anno 2019 – anche grazie all’azione di celebrità quali, tra le altre, Billy Portner, Jonathan Van Ness, Asia Kate Dillon, Jacob Tobia. Questi personaggi hanno portato alla luce l’esistenza di identità di genere che esistono da sempre, non solo nelle culture non occidentali (ad esempio: Two-Spirits; Muxe; RaeRae, ecc…) ma anche in quelle occidentali (si pensi, ad esempio, ai Femminielli napoletani o alle Vergini Giurate albanesi). Il dedalo terminologico entro il quale si situano le etichette che le persone non binarie utilizzano per riferirsi a sé stesse (solo per citarne alcune: gender-neutral, genderless, pangender, agender, genderfluid, genderqueer, third gender, demi-boy/girl, ecc…) risulta solitamente estremamente confusivo per coloro i quali si approcciano per la prima volta alla possibilità di considerare il genere come uno spettro, anziché un binario categoriale.

L’indicazione per interpretarle in modo corretto potrebbe essere quella che segue: non necessariamente etichette da leggersi alla lettera, ma modi che le persone non binarie cercano per ritagliarsi un posto all’interno di un contesto culturale che non ne contempla l’esistenza. Il linguaggio stesso della cultura occidentale, che è il dispositivo culturale con il quale vengono veicolati e diffusi i significati del contesto storico-culturale di riferimento, non offre a queste persone la possibilità di descriversi e di conseguenza, di fatto, di esistere. I tentativi di creare un linguaggio che contempli le esperienze di sé di queste persone è il modo con il quale affermare allora la propria esistenza. Le persone che si identificano come non binarie sono costrette in ogni momento della loro quotidianità, che si tratti di compilare un modulo o mostrare un documento, a fare una scelta che non le rappresenta comunque adeguatamente. Questo significa fare esperienza, ogni volta, di una mancata possibilità di collocazione che rimanda un messaggio non solo di inadeguatezza, ma ancor di più, di invisibilità. Se non esiste un linguaggio, un pronome, che rifletta adeguatamente chi sono, allora sono invisibili.  

Ci sono molti modi nei quali il linguaggio di tutti i giorni può cancellare, ridurre, delegittimare le vite delle persone trans suggerendo che le loro identità sono meno normali, naturali, o reali, anche quando la persona che lo utilizza non intende farlo. Il linguaggio che utilizziamo, secondo la linguistica socio-culturale, riflette i significati culturali e da essi viene rimodellato, in un costante gioco di influenze che determina le possibilità di esistenza e azione nel mondo (Zimman, 2016).

Ecco allora che il pronome e l’etichetta identitaria sono aperture di possibilità e contesti di senso, entro i quali è possibile cominciare a riconoscere l’esistenza e l’esperienza di coloro che non si situano ai poli del binario di genere. Il riconoscimento del “singular they” come avente uguale dignità dei pronomi binari fino ad oggi considerati universalmente validi è un passo culturale dovuto, ma non per questo insignificante, nella direzione di un sempre maggiore riconoscimento delle identità cui esso si riferisce, e contemporaneamente garantisce uno spazio culturale e linguistico entro il quale esse possano affermarsi e ri-conoscersi, rendendo maggiormente identitaria la propria esperienza entro gli spazi socio-culturali condivisi.

Con le parole di Zimmann:

<< Trans people are doing something more than creating a new set of definitions; they are putting individual self-identification at the core of gendered language >> (Zimman, 2016)

E in italiano? La lingua italiana non contempla la possibilità di un pronome neutro, e la riformulazione delle frasi per non dovere utilizzare pronomi non risolve del tutto il problema (a differenza della lingua inglese, infatti, i verbi sono declinati secondo genere). Senza contare che anche le formulazioni plurali in italiano sono declinate al maschile!

Ecco alcune indicazioni per la comprensione e l’utilizzo di un linguaggio non-binary friendly:

  • molte persone non-binary in italia scelgono, nella lingua parlata, di troncare le lettere finali delle parole, oppure di utilizzare della u o della ə come vocali finali, secondo fonemi contemplati in alcuni dialetti;
  • se non conosciamo l’identità di genere della persona cui ci riferiamo (o, viceversa, la conosciamo e non rientra nel binario maschio-femmina), è consigliabile e rispettoso l’utilizzo di pronomi indefiniti o forme impersonali (ad es: “è stato stancante?” anziché “ti sei stancato/a?”):
  • nella lingua scritta informale, è sempre possibile utilizzare l’asterisco (ad es: “ti sei stancat*?”);
  • utilizzare sostantivi epiceni (ad es: “sei una persona stanca”);
  • utilizzare parafrasi (ad es: “il parrucchiere” può diventare “chi taglia i capelli”);

E se si sbaglia? Sbagliare è normale! La buona pratica migliore in questi casi è la stessa che si adotta nei confronti di ogni altra persona transgender: “apologize and go on”: chiedere scusa e proseguire nella conversazione, con l’accortezza di provare a sbagliare sempre meno nella consapevolezza che, nell’utilizzo di una etichetta identitaria o di un pronome, per la persona di fronte a noi ne va di Sè.

  • American Psychological Association official website: https://apastyle.apa.org/style-grammar-guidelines/grammar/singular-they
  • Merriam-Webster online dictionary: https://www.merriam-webster.com
  • Zimman, L. (2016). Language matters: An introduction to trans-inclusive language. Retrieved from: https://medium.com/trans-talk/language-matters-linguistic-perspectives-on-trans-inclusion-399a799d8f25
  • Zimman, L. (2017). Transgender language reform: Some challenges and strategies for promoting trans-affirming, gender-inclusive language. Journal of Language and Discrimination 1(1):84-105.

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